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Raccogliersi in sé stessi non è una fuga dal mondo

Quante volte ti hanno detto «esci così non ci pensi» oppure «è meglio fare che non fare»? Questi consigli, seppur dati per aiutarci, nascono dal ritenere che solo al di fuori di noi risiedono le risposte giuste per risolvere ciò che ci appesantisce e ci tedia. Certo, parlare con gli amici, dedicarsi al lavoro e alla famiglia, alle proprie passioni, sono tutte cose indispensabili che vanno ad arricchire il nostro benessere. Ma non sempre bastano. Pensare che solo al di fuori di noi esiste la felicità e che possiamo attingere ad essa come fosse un prodotto del supermercato è riduttivo. 

È più importante il fare o il sentire?

Per lungo tempo si è pensato che ritirarsi dentro di sé, così da dar minore valore all’esterno, potesse essere causa di angoscia. Purtroppo questa falsa credenza è avvalorata dai modelli e dai canoni trasmessi dalla cultura odierna. Viviamo infatti in un’epoca in cui è molto più importante il “fare” rispetto al  “sentire”, l'”avere” rispetto al “vivere”, il “fare” rispetto allo  “stare”. Siamo continuamente incitati a “fare”, pena l’annullamento. Ma siamo sicuri che se ci fermiamo, siamo persi? O è  solo quando ci fermiamo e ci permettiamo di ascoltarci che possiamo dirci pienamente presenti e quindi felici e appagati di chi siamo e di che cosa facciamo? 

Con il termine Instroke in Analisi Funzionale si intende proprio questo: un processo di “raccoglimento” in sé stessi che favorisce una migliore partecipazione al proprio processo di guarigione e al proprio benessere. Questo accade senza che vi sia bisogno di attenersi a direttive esterne, perché la guarigione e il senso di pace affiorano dal di dentro, da noi. È infatti dentro di noi che risiede la sorgente da cui attingere per essere felici.

Un luogo sicuro in cui potersi ritrovare

L’Instroke ci permette di ricontattare quella parte non traumatizzata, non lesa, dalle peripezie che la vita ci riserva e che prende il nome di Endo-Sé. Questo termine, un po’ complicato, è stato coniato da Will Davis per riferirsi ad un particolare stato soggettivo creato dal processo di Instroke in cui la persona ritorna ad un senso più profondo di sé. In questo processo di raccoglimento la persona entra maggiormente in contatto con se stessa e ritrova un senso di sé continuo, stabile, sicuro e affidabile. Quando questa discesa avviene, si inizia a parlare di sé piuttosto che degli altri, meno del passato e più del presente e si smette di fare di un problema un problema. In altre parole si attiva un processo autoreferenziale e non interpersonale. «Mi è venuta un idea, so che è sciocca, ma mi sentivo come se fossi stata la regina del mondo»; «Ho capito che stavo riempiendo me stesso con tutto tranne che con me stesso»; «Non ho pianto da sola, ho pianto con me stessa»; «Ho sentito un estrema presenza in assenza di me stesso». Sono solo alcuni esempi di affermazioni autoreferenziali radicate nel momento presente. 

Per aprirsi al mondo occorre prima ritirarsi

È da questo stato di autoreferenzialità che affiora da un profondo contatto con il Sé, sentito come sicuro, stabile, affidabile e pacifico, che emerge un nuova modalità di aprirsi al mondo. In altre parole, è solo quando si discende che si può ascendere. Ecco che in questa particolare condizione tutto ciò che si fa e si vive acquista una nuova qualità. Si diviene più capaci di dire no, di scegliere ciò che è più giusto per sé, di evitare le situazioni spiacevoli, di scegliere in maniera più focalizzata e di perseguirla con determinazione. È grazie ad un maggiore senso di radicamento in noi stessi che la compulsiva ricerca di sicurezza, di approvazione, di riconoscimento esterno, un po’ alla volta lascia il posto ad una pacifica accettazione di sé.

L’accettazione di sé non limita le aspirazioni, al contrario, le nutre. Perché ogni miglioramento partirà sempre da ciò che si è realmente.

Jodorowsky
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