C’è un episodio di Rick and Morty che, a mio avviso, racconta meglio di molti libri un equivoco profondamente radicato nel nostro modo di intendere la salute mentale. L’episodio si intitola Rickposo e tranquillità (Rest and Ricklaxation). Rick e Morty si concedono una giornata in una spa aliena che promette un trattamento rivoluzionario: eliminare tutte le “tossine psicologiche”. Il presupposto è tanto semplice quanto seducente.
Se togliamo dalla nostra personalità tutto ciò che è negativo, ciò che rimane dovrebbe essere la versione migliore di noi stessi.
La macchina funziona davvero. O almeno sembra. Tutte le parti considerate tossiche vengono espulse dal loro corpo e prendono vita autonomamente. Da una parte rimangono i Rick e Morty “purificati”; dall’altra le loro versioni tossiche, aggressive, insicure, narcisistiche e rabbiose.
L’idea sembra geniale.
Chi non vorrebbe liberarsi dell’ansia? Della vergogna? Della rabbia? Del bisogno di controllo? Chi non vorrebbe essere finalmente la versione migliore di sé? Eppure, man mano che l’episodio procede, diventa evidente che qualcosa non funziona.
Quando eliminare una parte di sé significa perdere se stessi
Rick, una volta liberato delle sue parti tossiche, appare più gentile, più disponibile, persino più affettuoso. Morty, invece, diventa incredibilmente sicuro di sé. Finalmente riesce a imporsi, seduce, conquista, ottiene tutto ciò che desidera.
Eppure qualcosa stona.
Quel Rick ha perso una parte della propria vitalità. Quel Morty è diventato quasi incapace di entrare in contatto con la propria vulnerabilità. La sua sicurezza non nasce dall’aver attraversato le proprie paure, ma dall’averle amputate. È un individuo senza vergogna, senza dubbio, senza conflitto.
Non è più libero. È semplicemente incompleto.
Alla fine dell’episodio Rick e Morty sono costretti a reintegrare le loro parti tossiche. È l’unico modo per tornare davvero se stessi.
È proprio guardando questa puntata che mi è tornato in mente il lavoro di Bennett Shapiro.
I diavoli di Bennett Shapiro
Negli anni Ottanta lo psicoterapeuta statunitense Bennett Shapiro, tra le figure più importanti dell’Analisi Bioenergetica dopo Alexander Lowen, sviluppò una delle metafore più originali della psicoterapia corporea: quella dei diavoli. Per spiegare il conflitto interiore che tutti, prima o poi, sperimentiamo, Shapiro non parlava di tossine da espellere, ma di parti della personalità con cui imparare a dialogare. Con la parola diavolo indicava tutte quelle dimensioni di noi stessi che preferiremmo non avere: la rabbia, l’invidia, il desiderio di vendetta, il bisogno di controllo, la vergogna, il narcisismo, l’aggressività.
Secondo Shapiro questi diavoli possono assumere forme diverse. A volte hanno la voce del bambino ferito che pretende, si ribella o si vendica. Altre volte parlano come un genitore severo che critica e umilia. Altre ancora indossano gli abiti dell’adulto razionale, usando il controllo, il perfezionismo o l’iperanalisi per mantenere tutto sotto controllo.
Cambiano volto, ma svolgono sempre la stessa funzione.
Proteggerci da un dolore che, in un determinato momento della nostra vita, sarebbe stato troppo grande da attraversare.
È qui che Shapiro si distingue anche dall’episodio di Rick and Morty.
Nella serie le parti tossiche vengono rappresentate come qualcosa di pericoloso che, una volta separato, diventa un nemico da affrontare. Shapiro compie un passo ulteriore.
Per lui il diavolo non nasce come un nemico. Nasce come una soluzione.
Ogni diavolo è il tentativo creativo che il bambino ha trovato per sopravvivere emotivamente. Una strategia che, in quel momento, aveva perfettamente senso. Il problema nasce quando quella stessa strategia continua a governare la nostra vita anche molti anni dopo.
Per questo Shapiro diceva che è meglio avere un diavolo come amico che come nemico.
Non perché sia buono.
Ma perché combatterlo significa continuare a ignorare la funzione che ha avuto nella nostra storia.
Tossine o diavoli?
Credo che la differenza tra queste due parole sia molto più importante di quanto sembri. La parola tossina evoca qualcosa di estraneo all’organismo, un veleno che dev’essere espulso per poter tornare in salute. La parola diavolo, invece, suggerisce una realtà completamente diversa. Non parla di qualcosa che è entrato dentro di noi, ma di qualcosa che è nato dentro di noi. Di una parte della nostra personalità che, per quanto oggi possa apparire ingombrante o dolorosa, ha avuto una funzione precisa nel permetterci di attraversare la nostra storia.
È qui che cambia radicalmente anche il modo di pensare la terapia. Se considero la mia rabbia una tossina, cercherò di eliminarla. Se la considero un diavolo, proverò piuttosto a comprenderla, chiedendomi quale ferita abbia cercato di proteggere e perché, ancora oggi, continui a ritenere necessario farlo.
La terapia non è una disintossicazione
La cultura contemporanea ci invita continuamente a eliminare ciò che è negativo. Liberati della rabbia. Liberati dell’ansia. Liberati delle emozioni tossiche. Perfino la psicoterapia, qualche volta, rischia di essere immaginata come una sofisticata macchina per la depurazione.
Shapiro capovolge completamente questa prospettiva.
I diavoli non sono un errore della personalità. Sono parti della personalità.
Il problema non è la loro esistenza. Il problema è che li rinchiudiamo nello scantinato della coscienza. E ciò che viene rinchiuso non scompare.
Continua a guidare la nostra vita, soltanto da dietro le quinte.
La psicoterapia, allora, non assomiglia a una disintossicazione.
Assomiglia molto di più a una lunga trattativa.
Una trattativa nella quale impariamo a conoscere quelle parti che abbiamo passato anni a combattere. Non per lasciare che prendano il controllo della nostra vita, ma per smettere di subirle nell’ombra.
A poco a poco ciò che sembrava soltanto un nemico cambia volto. La rabbia ritrova la sua funzione di confine. L’invidia smette di essere soltanto vergogna e diventa il linguaggio di un desiderio. L’aggressività perde la sua violenza e si trasforma nella capacità di occupare il proprio spazio nel mondo. Persino il narcisismo, quando non è più costretto a difendersi, può lasciare emergere un bisogno semplice e profondamente umano: quello di sentirsi degni di esistere.
Forse è proprio questo il compito della terapia: non spegnere le nostre energie, ma aiutarle a trovare una forma più viva.
Ed è qui, forse, che si nasconde il grande equivoco. Continuiamo a immaginare la psicoterapia come una spa in cui eliminare le nostre tossine. Ma una buona terapia non assomiglia a una disintossicazione. Assomiglia a un incontro. Un incontro con quelle parti di noi che abbiamo imparato a temere, a nascondere o a combattere.
Perché ogni diavolo nasce nel tentativo di proteggerci da qualcosa.
Ed è forse questa la domanda più importante che una terapia possa rivolgere:
non “come facciamo a eliminare questo diavolo?”, ma “di cosa si è fatto carico per permetterti di arrivare fin qui?”