Nel celebre romanzo di Philip Roth si mette in scena una confessione ironica e disperata: quella di un figlio che non riesce ad amare, né a separarsi. Il colpevole? Forse la madre non è l’unica responsabile.
Il romanzo come seduta analitica
In una delle solite pause pranzo, tra una seduta e l’altra, sono andato in libreria e, come spesso accade in questi casi, mi sono lascito scegliere dai libri. Alle volte sono gli autori stessi a chiamarmi dalla loro postazione; altre, è la trama cromatica delle loro copertine ad attirarmi. Per Portnoy è stata la seconda: l’illustrazione in stile fumetto rétro, audace e ironica, ha catturato subito la mia attenzione.
La copertina ritrae una donna dai tratti pin-up – capelli neri ondulati, rossetto, abito succinto nero, sguardo provocante e una sigaretta tra le dita – è seduta sopra un maiale dal volto umanoide, dall’espressione afflitta, quasi rassegnata.
La scena è satirica e caricaturale, ma densa di simbolismo. La donna appare sicura, dominante, carica di una sessualità stereotipata e sfrontata. Il maiale, al contrario, incarna passività, vergogna e umiliazione. Il contrasto è netto: potere femminile vs degradazione maschile. Impossibile non restarne incuriositi. Aggiungiamo anche che Philip Roth è uno dei miei autori preferiti ed ecco che in pochi secondi sono alla cassa con il libro in mano.
Già dalle prime pagine, ciò che mi colpisce, è l’ironia tagliente e senza filtri con cui Alex, un ebreo di seconda generazione – il protagonista – parla di sé e della propria intimità. Lo fa sul lettino del Dott. Spielvogel, che rimane in silenzio: uno specchio che riflette tutto ciò che gli passa di fronte. Sulla superficie scivolano via i grandi temi classici della psicoanalisi: sessualità compulsiva, desiderio, vergogna e colpa.
L’intero romanzo si presenta così: come una lunga seduta analitica senza interpretazioni, un flusso di coscienza brillante e disturbante, in cui l’analista tace e il paziente si perde nel labirinto del proprio stesso discorso.
Una madre senza confini
Sophie, la madre di Alex, è una figura totalizzante. Ingombrante, invadente, manipolatrice e a tratti quasi seduttiva. L’amore per suo figlio assume la forma di una gabbia fatta su misura. Le sbarre non sono fatte di ferro ma di controllo: del suo corpo, dei suoi orifizio, del suo cibo, delle sue emozioni. Tutto è giustificato, o meglio, mascherato, dalla costante preoccupazione materna per la sua salute. L’aspetto tragico emerge dalla qualità totalizzante di tale invasione, la quale non è solo fisica ma anche psichica: assume i tratti di una vera e propria colonizzazione psichica. Alex sente la presenza materna affondare nella sua interiorità più profonda.
“Era talmente radicata nella mia coscienza che per il primo anno di scuola mi sembra di aver creduto che ogni mia insegnante fosse mia madre travestita1.”
Sophie è una presenza insieme salvifica e tossica, è paradiso e inferno allo stesso tempo. Non lascia spazio, non riconosce confini, né simbolici né materiali. Un esempio emblematico di questo sconfinamento materno è rappresentato da una scena tanto comica quanto a dir poco irritante, in cui Alex, adolescente, al termine di un pranzo di famiglia, si rifugia in bagno per masturbarsi. Lo fa utilizzando, come feticcio, il reggiseno di sua sorella che ha trovato nella cesta dei panni sporchi. Il reggiseno viene appeso tra la maniglia della porta e quella dell’armadietto della biancheria.
“Uno spaventapasseri per sognare meglio2”
All’apice del piacere Alex sente bussare alla porta: è suo padre che ha bisogno del bagno. Per giustificare la sua permanenza, finge di essere alle prese con la cacca. La madre, alla quale non sfugge nulla all’interno delle mura domestiche, alla sola parola “cacca” si allarma. Vuole saperne di più, convinta che ci sia qualcosa che non va, vista la prolungata permanenza del figlio in bagno.
“«Alex, ma stai male? Vuoi che chiami il dottore? Stai male o no? Dove ti fa male? In che punto, dico? Mi rispondi per favore!»
«Mmmm, mmm -”
«Alex, non tirare nel modo più assoluto la catena.»
Ora è serissima.
«Voglio vedere con i miei occhi. Quello che sento non mi piace per niente»3”
Ad Alex non è concesso vivere il bagno come luogo di intimità e privacy: deve costantemente difendersi dalle incursioni materne, che pretendono di sapere, di vedere. Prima di uscire tira lo sciacquone e, al di là della porta, trova la madre ad attenderlo. Lei subito lo incalza chiedendogli perché abbia tirato lo sciacquone nonostante la sua richiesta di non farlo. Alex, colto in fallo, risponde che se n’era dimenticato.
“«Cos’è che avevi tutta questa fretta di far sparire?»
«Diarrea.»
«Era più sciolta o più popò?»
«Ma non lo so, non ho guardato! E piantala di chiamarla popò, sono al liceo!»4”
Questa risposta comica e, al tempo stesso figlia di un’esasperazione interna, racchiude il nocciolo del conflitto: da un lato un corpo che cresce e reclama ascoltato, dall’altro una madre che nega tale crescita; da un lato un desiderio che chiede spazio per esprimersi, dall’altro una figura che tenta di ricondurlo entro i confini del controllo e della vergogna. Non paga dell’invasione, la madre chiama in causa anche il padre, coinvolgendolo in una scenetta paradossale e umiliante:
“«Lo sai cosa fa tuo figlio, il primo della classe, quello a cui la sua mamma non può dire popò perché è troppo grande?»5”
La scena sfiora il surreale, ma è clinicamente lucidissima: la sessualità non è simbolizzata, è colpevolizzata e ridicolizzata, posta sotto uno sguardo inquisitorio che non lascia scampo.
Il padre che non incarna la Legge
A fronte di questa madre iperpresente, il padre di Portnoy è l’ombra di un uomo: incapace di imporre limiti, goffo, preoccupato solo del suo lavoro e della sua stitichezza, assente anche quando presente.
La psicoanalisi, fin dalle origini, ha indicato nel padre la figura che introduce la Legge: che mette un confine, delimita il campo del possibile e separa il figlio dalla madre. Lacan definisce questo passaggio come la castrazione simbolica: un taglio necessario che rende possibile l’ingresso nel linguaggio, nella cultura, nella vita adulta. Senza questo confine, il desiderio resta incastrato nella fusione originaria, materna. E il soggetto, come Portnoy, resta schiavo del proprio oggetto, incapace di amarne altri.
In altre parole, per poter amare davvero un’altra donna, bisogna poter “perdere” la madre come oggetto d’amore. Non significa smettere di amarla, ma riconoscerla come inaccessibile, accettare che il desiderio si sposti altrove. È questo che fa la funzione paterna: introduce un limite, un “no”, dal quale emerge una mancanza che, a sua volta, permette al desiderio di aprirsi verso nuovi oggetti d’amore.
Il trauma del desiderio senza legge
Il desiderio, in assenza della Legge paterna, non si struttura: si aggira come un sintomo. Freud parlerebbe di fissazione edipica. Lacan, di godimento senza mancanza: una pulsione che non ha simbolo, che non passa per l’Altro, e che per questo devasta.
In psicoanalisi il desiderio nasce non dalla pienezza, ma dal vuoto. Se tutto fosse già colmato, se l’oggetto fosse sempre disponibile (se cioè la madre non manca mai, invade, non si sottrae), il desiderio non avrebbe ragione di esistere: ci sarebbe solo un godimento immediato, senza spazio per la ricerca e l’attesa. È, quindi, proprio la mancanza a far nascere il desiderio. L’oggetto perduto, negato, vietato è ciò che mette in moto il soggetto, lo spinge verso altri oggetti, lo apre al mondo. Ma se quell’oggetto non manca mai, se resta lì, totalizzante, allora il desiderio non si struttura: si trasforma in godimento compulsivo o in legame simbiotico.
Se ho già tutto ciò di cui ho bisogno, perché cercare altrove? Se possiedo già la mia amata, perché desiderarne un’altra? Ma quella “amata” è la madre. In questo scenario, ogni altra relazione non può che assumere i tratti di un tradimento: da qui il senso di colpa che divora Portnoy e che alimenta il suo sintomo. Quest’ultimo si esprime nella forma dell’ossessione masturbatoria e del costante sabotaggio delle sue relazioni con le donne. È come se il corpo parlasse laddove la parola è impossibile, come se l’agito sostituisse il linguaggio. Ma quel sintomo rivela anche un significato più profondo: è il tentativo disperato di svincolarsi da un legame materno simbiotico che lo imprigiona, un legame che non gli permette di divenire un uomo adulto, indipendente, capace di costruire una relazione amorosa realmente “sua”.
Quando la madre è troppo, e il padre è troppo poco
È una posizione che ritorna spesso nelle storie di chi cerca aiuto. Madri che hanno dato tutto – ma troppo. Padri che non hanno saputo dire nulla – neppure un no. Figli cresciuti nell’ambivalenza, incapaci di separarsi davvero, ma anche incapaci di restare. La clinica mostra che senza funzione paterna il confine tra amore e annientamento si assottiglia. Ogni legame affettivo porta con sé la minaccia di essere risucchiati o respinti. Il desiderio non si struttura, la colpa diventa onnipresente. E la relazione adulta resta, spesso, un tentativo inconscio di risolvere un conflitto infantile mai simbolizzato.
È importante che i genitori ricordino che, prima ancora di essere “madre” e “padre”, sono una donna e un uomo, una coppia. La madre non si esaurisce nel ruolo materno: è innanzitutto una donna, con le sue passioni, i suoi progetti, le sue idee, i suoi desideri. Così pure il padre, che non è solo funzione genitoriale ma anche uomo, con la sua singolarità e i suoi slanci vitali. Due diversità che hanno scelto di condividere un progetto di vita comune.
Dentro questo orizzonte condiviso, il desiderio nella coppia va custodito e alimentato. È un fuoco che non arde spontaneamente all’infinito, ma che ha bisogno di nuova legna. L’errore più comune è credere che l’intensità iniziale basti per sempre. È un’illusione che porta con sé nefaste conseguenze: quando il desiderio si spegne, emergono la noia, il vuoto, la mancanza.
Ma – come ci insegna Portnoy – la mancanza, a sua volta, genera desiderio. Se però questa mancanza non viene riconosciuta e coltivata all’interno della coppia, le energie si spostano altrove: la madre riversa tutta la propria passione sui figli, perdendo di vista la propria parte femminile; il padre investe solo sul lavoro, dimenticandosi di essere anche uomo e compagno. Oppure la coppia ristagna, e quella stessa energia prende altre vie: relazioni parallele, tradimenti, tentativi di riaccendere altrove un fuoco che si è lasciato spegnere in casa.
In conclusione
Portnoy resta un’opera disturbante, comica e profondamente psicoanalitica. Non solo per la forma di seduta infinita che incarna, ma per ciò che mette in scena: quando viene a mancare quella funzione che permette al figlio di differenziarsi, il soggetto rischia di restare imprigionato in un godimento che divora. Non è questione di colpa della madre o del padre, ma di equilibrio: se i genitori smettono di essere prima di tutto uomo e donna, se trascurano i loro spazi e il loro desiderio reciproco, allora il figlio rimane invischiato in un legame che non lascia respiro.
Tra le righe del romanzo, Roth ci ricorda una verità che molti percorsi analitici mettono in luce: il desiderio è una conquista fragile, e imparare a separarsi da ciò che ci ha generato è l’unico modo per poter davvero amare. Ma questa separazione non può ricadere solo sulle spalle del figlio: egli ha bisogno di un modello, di genitori che, attraverso il loro stesso vivere, sappiano mostrare che separarsi è possibile e necessario. Senza questo esempio, il bambino resta solo nella fatica di cercare da sé la libertà, quando invece dovrebbe essere accompagnato a conquistarla.
1 Philip Roth, Portnoy, Milano, Adelphi, 2025, 45.
2 Philip Roth, Portnoy, Milano, Adelphi, 2025, 29.
3 Philip Roth, Portnoy, Milano, Adelphi, 2025, 30.
4 Ibidem.
5 Philip Roth, Portnoy, Milano, Adelphi, 2025, 31.